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lunedì 7 dicembre 2009

La via crepuscolare dell'alpe


Scopro che sul finire dell'Ottocento in Europa ci sono ormai due vie per vivere e parlare di alpinismo, l'estetica dandy ed elitaria dell'Alpine Club di Londra e lo spirito superonistico della Scuola di Monaco in cui la montagna diviene il luogo in cui formare l'eroe ed il guerriero, in lotta con le vette. Visitando però il Museo della Montagna di Torino e soffermandosi nell'attuale Sala Stemmi sembra apparire una terza via, che potremmo definir
e crepuscolare.
Sul pittore Ernesto Smeriglio che nel 1893 affresca l'aula maxima della palestra ginnico-ricreativa sul monte dei Cappuccini, l'attuale sala stemmi del CAI, non sono state trovate molte informazioni se non un suo quadretto dedicato al Colosseo, ma questo sconosciuto pittore ci lascia un segno esemplare di un'epoca. Ci parla di come, sul finire dell'Ottocento, in Italia venissero a scontrarsi due diversi modi di fare alpinismo e di intendere l'alpe
, uno gridato e riconosciuto, l'altro sotterraneo e silenzioso, nascosto rispetto all'estetica domaninante, anche se fortemente compenetrato.
Il primo modo può essere esemplificato dalla figura di Guido Rey, committente della sala, alpinista folgorato dagli ideali della scuola di Monaco di cui si ricordano le fotografie in quota e la frase scritta fino a qualche anno fa sulle tessere CAI: "Io credetti, e credo, la lotta coll'Alpe utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede", simbolo di uno sport che doveva servire alla formazione del superuomo e dell'industriale.
Il secondo modo può essere invece ritrovato nella dichiarazione pittorica di Ernesto Smeriglio in Sala Stemmi, in cui la montagna viene letta come il regno delle stelle alpine, di castelli gotici e di coperte pesanti nei rifugi; è un'estetica decadente e crepuscolare che pesca nella principessa Sissi e nei racconti piemontesi di Costantino Nigra, insomma un modo di f
are alpinismo e di intendere le vette più simile a quello ad un Gozzano che ad un D'Annunzio. In cui l'arco alpino si manifesta come uno sfondo lontano , come rifugio per i vinti in una città troppo veloce, un luogo spirituale che brilla distante nelle luci invernali: "Da Palazzo Madama al Valentino/Ardono le Alpi tra le nubi accese..." (Guido Gozzano, Torino, da i Colloqui)

Immagini:
Ernesto Smeriglio, Sala Stemmi, Museo Montagna Torino, 1893
Grubicy de Dragon, Cimitero di Ganna, 1894

giovedì 23 ottobre 2008

fallimenti intresi: Davide Ranzoni e i Troubetzkoy

Leggo la triste biografia di Daniele Ranzoni. Enfant prodige, adolescente genio, pittore di successo, poi il declino inglese, la follia, la malattia mentale. Devo essere sincero che non mi ha mai interessato molto la Scapigliatura, ma della parabola di quest'autore non si può prescindere in un blog che dovrebbe avere come obiettivo primario quello di parlare dell'Italia post-unitaria. Noto da più parti (garzantina in primis) un certo disprezzo e una certa incomprensione verso questo pittore che forse non è il più geniale, nè il più brillante esponente dell'ottocento lombardo, ma sicuramente uno dei più rappresentativi di un demi-monde tra il turistico e il mondano in cui convivono, in un triste e greve raccontino, tutti i caratteri di una cultura che soffoca, che non riesce ad emergere e che diventa sempre più polverosa e piccolo borghese. Questo mi spiace perchè non è affatto il taglio che avrei voluto dare a questo blog, anzi avrei voluto dare un'immagine gloriosa dell'Ottocento italiano, liberale e progressista, ma forse da questi salottini perbene non si può proprio prescindere.
Parto da un lavoro del 1873: I figli del principe Troubetzkoy di Ranzoni. Interrotti dai loro giochi con il cagnolone di casa, si lasciano ritrarre dal cenacolo scapigliato del padre. Quanta decadenza però in questo lavoro. Questi nobili principini sono già in pose semi-mondane, già preannunciano la bellezza del dandy e del borsiere. Un'infanzia troppo presto conclusa, giochi un po' violenti, un po' cinici e sopra tuto le ombre di una foresta finto-tropicale nel giardino di una casa pulita ed impeccabile. Probabilemente questo lavoro è uno dei più riusciti di Ranzoni ed è così carico di cattivi auguri. E un po' come se il pittore si riconoscesse in questi giochi, come se rimpiangesse un'infanzia perduta, un' infanzia attorno a cui costruisce tristi presagi e ombre scurissime. Quale senso di rivalsa avrà avuto il giovane Ranzoni nei confronti dei borghesi di Intra, che l'avevano eletto all'arte fin dalla tenerissima età? In questi bambini biondi, già così tanto a contatto con il volgare lusso della provincia, con i cenacoli di una letteratura minore, uno sguardo vuoto e perduto, di una generazione che non trova se stessa. E in questo cenacolo minore Ranzoni che conosce i prossimi padroni, la gentry per cui lavorerà fino agli anni '80.

Poi fu la parabola inglese, la storia che si ripete: il razzismo e il classismo anglosassone, la grigia provincia britannica, le esigenze di una rappresentazione aristocratica, la noia, la volgarità, l'attrazione turistica esportata che perde sapore, i notai, i pizzicagnoli e una dopo l'altra le loro case, le loro figle, talvolta l'amore, poi dire che di questo mondo non ne voleva più sapere e che il lago era meglio, era suo, era lì che stava nascosta la vita, la verità forse. Quale senso di rivalsa avrà avuto Ranzoni vecchio e pazzo, seduto davanti al suo lago, nei confronti dei borghesi di Intra? Alla fine degli anni '80 sul lago doveva esserci solo più lui, il cenacolo dei Troubetzkoy fallito, la villa chiusa e poi venduta mentre era via, i nuovi ricchi, turisti meno colti e più sicuri di sè che sciamano sul lago, e i borghesi di Intra sempre a leccare il culo e il lago , ora vuoto di una storia minore che solo lui conosce.