sabato 6 febbraio 2010

Un attimo prima del Piacere


La Galleria Sciarra a Roma è considerata il simbolo della Roma "bizantina", quel periodo che verso il finire degli anni 80 dell'Ottocento vede concludersi il disconoscimento degli ideali risorgimentali verso un accentuarsi di una cultura estetizzante fin de siècle. Teminata nel 1888, nello stesso anno in cui esce il "Piacere", rappresenta bene com'era l'Italia negli anni che vedono il passaggio dagli ideali postunitari al decadentismo.

Giuseppe Cellini mescola elementi della pittura pompeiana, etrusca e rinascimentale e quello che ne emerge è un ritratto che mescola tranquillità borghese e mondanità; sulla strada per trasformarsi in Femme Fatale la donna è rappresentata in un misto tra Venere in pelliccia e nobile padrona di casa: la sposa posa in una boutique del centro e passa al ricevimento con ospiti illustri.

Lo spazio della galleria si fa intimo in opposizione alla speculazione urbana della città postunitaria e va riscoprendosi insieme alla moralità cattolica, il fascino del religioso e il gusto per il barbarico ed il naturale, elementi che a partire dal libro di D'Annunzio segneranno una definitiva cesura con la "Terza Roma" e con i monumenti dedicati ai protagonisti del pensiero liberale in spregio del Papa Re.

mercoledì 27 gennaio 2010

Anna o Vittoria?

Un pezzo d'America. Romantica e selvaggia. Questa è la storia dello Stile Queen Anne (lo stile Regina Anna) che spopola in tutti i paesi di lingua anglosassone sul finire del Regno di Vittoria. Improvvisamente territori sconosciuti ed incolti divengono delle piccole Inghilterre quasi fiabesche. L'industria con i suoi legni curvati al vapore permette di costruire in stili flomboyant, decorazioni fantastiche e segrete come pizzi.
La scoperta di questa moda architettonica mi apre un percorso attraverso l'America ottocentesca in cui i suoi molti revival segnano l'inizio di un diverso modo di vivere, ma anche attraverso le fotografie di Frances Benjamin Jhonston detta "Fannie" (foto in alto).
Lo stile Regina Anna si diffonde in Inghilterra in seguito alla pubblicazione di un libro di Norman Shaw con schizzi sull'architettura del 700 inglese (il regno di Anna d'Inghilterra appunto). Tuttavia lo stile ottocentesco in questo caso non può essere per nulla considerato un revival. Il nome serve solo ad evocare un mondo immaginario, aristocratico e romantico. In cui si poteva fare indifferente la regina, la fotografa o la moglie di un petroliere.
Il fascino delle archietetture americane non sta tanto però nelle storie sociali che raccontano, quanto nell'interpretazione completamente nuova di materiali e stili che sradicati dal contesto storico e culturale d'origine, in cui gli elementi architettonici perdono ogni riferimento per lasciare spazio a nuove forme e sensi proprio come il Gotico Carpenter (a cui spero di dedicare presto un post).

venerdì 25 dicembre 2009

Fairy tale all'italiana: Il re sole di Previati

Una delle opere che mi incuriosice maggiormente del Museo dell'Ottocento di Milano è il Re Sole di Gaetano Previati, 1893-1896. Niente a che vedere però con le rappresentazioni storiche tipiche ottocentesche e dopo Le Fumatirici di Hashish del 1887 e Maternità del 1890, non poteva che essere così. Qui il grande ferrarese riprende due temi della cultura galleristica ottocentesca: la rivisitazione ancièn régime e il quadro di storia appunto, ma crea qualcosa di assolutamente nuovo, raggiungendo a parer mio una delle vette più originali della cultura italiana di quegli anni. I raggi dorati del sole, gli abiti bianchi delle dame, gli azzurri carichi ed estivi, la sontuosità non affettata, quasi silvestre, creano un raro caso di fairy tale all'italiana, raccontando più che la vita del monarca quella del Re delle Fate, del Re del Sole più che del Re Sole.
Sono gli anni in cui in Inghilterra, ma anche in gran parte dell'Europa i racconti di fiabe ricevono illustrazioni ricchissime e Previati sembra voler portare in Italia un genere: così sul finere dell'800 le fate arrivarono anche in Italia.

lunedì 7 dicembre 2009

La via crepuscolare dell'alpe


Scopro che sul finire dell'Ottocento in Europa ci sono ormai due vie per vivere e parlare di alpinismo, l'estetica dandy ed elitaria dell'Alpine Club di Londra e lo spirito superonistico della Scuola di Monaco in cui la montagna diviene il luogo in cui formare l'eroe ed il guerriero, in lotta con le vette. Visitando però il Museo della Montagna di Torino e soffermandosi nell'attuale Sala Stemmi sembra apparire una terza via, che potremmo definir
e crepuscolare.
Sul pittore Ernesto Smeriglio che nel 1893 affresca l'aula maxima della palestra ginnico-ricreativa sul monte dei Cappuccini, l'attuale sala stemmi del CAI, non sono state trovate molte informazioni se non un suo quadretto dedicato al Colosseo, ma questo sconosciuto pittore ci lascia un segno esemplare di un'epoca. Ci parla di come, sul finire dell'Ottocento, in Italia venissero a scontrarsi due diversi modi di fare alpinismo e di intendere l'alpe
, uno gridato e riconosciuto, l'altro sotterraneo e silenzioso, nascosto rispetto all'estetica domaninante, anche se fortemente compenetrato.
Il primo modo può essere esemplificato dalla figura di Guido Rey, committente della sala, alpinista folgorato dagli ideali della scuola di Monaco di cui si ricordano le fotografie in quota e la frase scritta fino a qualche anno fa sulle tessere CAI: "Io credetti, e credo, la lotta coll'Alpe utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede", simbolo di uno sport che doveva servire alla formazione del superuomo e dell'industriale.
Il secondo modo può essere invece ritrovato nella dichiarazione pittorica di Ernesto Smeriglio in Sala Stemmi, in cui la montagna viene letta come il regno delle stelle alpine, di castelli gotici e di coperte pesanti nei rifugi; è un'estetica decadente e crepuscolare che pesca nella principessa Sissi e nei racconti piemontesi di Costantino Nigra, insomma un modo di f
are alpinismo e di intendere le vette più simile a quello ad un Gozzano che ad un D'Annunzio. In cui l'arco alpino si manifesta come uno sfondo lontano , come rifugio per i vinti in una città troppo veloce, un luogo spirituale che brilla distante nelle luci invernali: "Da Palazzo Madama al Valentino/Ardono le Alpi tra le nubi accese..." (Guido Gozzano, Torino, da i Colloqui)

Immagini:
Ernesto Smeriglio, Sala Stemmi, Museo Montagna Torino, 1893
Grubicy de Dragon, Cimitero di Ganna, 1894

domenica 8 novembre 2009

Il senso dei romantici per l'erotico


Scuola Lombarda, Amanti, 1830 circa

venerdì 30 ottobre 2009

I nuovi allestimenti della GAM di Torino


Superato il primo scoglio, sorpassate le prime difficoltà interpretative, abituatisi ad un nuovo modo di osservare, meno storicistico, meno contemplativo, si scoprono i primi vantaggi del nuovo allestimento della GAM di Torino.
L'accostamento di opere di periodi diversi permette di creare un caleidoscopio di interpretazioni capace di suggerire nuove vie e nuove letture e a parer mio chi ne beneficia maggiormente è l'Ottocento che si trova riinterpretato in chiave attualizzata.
Nonostante gli accostamenti siano talvolta poco centrati, spesso eccessivamente semplificanti, sovente privi di rapporto con il contesto storico, quello che si viene ad inaugurare è un suggestivo rapporto di immagini, un richiamo astratto che lascia intravedere nuovi particolari e nuovi dettagli.
Le 4 sezioni tematiche non sono tutte ugualmente riuscite, questo bisogna ammetterlo, risulta un po' oscuro e generico il tema della specularità, sebbene con opere meravigliose, talvolta confuso quello della veduta, forse privo di slancio quello del genere. Personalmente l'infanzia è il tema che ha lasciato la sensazione più positiva, in cui all'accostamento tematico si accompagna il ritmo dell'evoluzione storica, permettendo così alle opere di non perdere il riferimento al contesto sociale.
Temo comunque che lo sguardo vada abituato a questo nuovo modo di guardare e non è detto che con il tempo non si adranno preferendo accostamenti più audaci.
Meritorio mi è parso il collocamento di nuove opere come il delizioso autoritratto di Mario Sturani, che purtroppo per ragioni di tema non potrà trovare spazio in questo blog.
Una nota negativa va invece assolutamente segnata sulle didascalie (poco chiare), ma soprattutto sulle traduzione dei testi in inglese (assente...peccato per una città che vorrebbe dirsi internazionale!), per non parlare della totale assenza di materiale informativo, di etichette e di testi per la mostra. Sembra di aver fatto un balzo indietro nei tempi, agli anni precedenti alla legge Ronchey.
Nonostante queste pecche che si spera verranno risolte a breve, il museo lascia un gran voglia di tornare e questo non è poco! Ma soprattutto da nuova linfa alle sue collezioni aprendo nuove prospettive di senso.

domenica 23 agosto 2009

Piazza Tommaseo, Milano: progetto per una città nuova



Piazza Tommaseo a Milano è forse il luogo più significativo per esemplificare il piano di ampliamento promosso dal Piano Regolatore di Cesare Beruto del 1884.
Il palazzo al civico 10, il più antico della piazza, risulta essere presente prima della costruzione del piano regolatore, il che implica che il progetto del Beruto riprendeva precedenti progetti di sviluppo urbano.
In generale la piazza si presenta come esempio di quartiere signorile, capace di rispondere al bisogno di tranquillità e riservatezza dell'alta borghesia postunitaria così come avviene in altre aree di prima periferia residenziale di molte città italiane e nella stessa Milano.
Inoltre Piazza Tommaseo contiene almeno du
e elementi che rendono unico questo luogo nel panorama postunitario meneghino.
Innanzitutto risulta di particolare interesse il parco, costruito seguendo la moda esotica di imitare gli square di Londra che verso la fine dell'Ottocento era andata imponendosi in tutta Europa.
Inoltre la piazza presenta la ricostruzione fedele della Chiesa barocca di Santa Maria Segreta, precedentemente nel centro cittadino e poi ricostruita in questo luogo nel 1924 (bisognerebbe capire se tale idea fosse già prevista dal Beruto) . Si tratta di un progetto di enorme interesse perchè pone il nuovo quartiere in continuità affettiva
con le abitazioni del centro che erano state sostitute da palazzi per le amministrazioni.