giovedì 27 maggio 2010

Ritorno del barocco, sul finire del secolo: Hans Makart


Nella sintesi storica che l'Ottocento ha fatto delle epoch
e passat
e, sul finire del secolo viene il momento del gusto barocco. Il neo-barocco sembra essere il gusto che accompagna le Esposizioni Universali, la nascita dei parchi divertimento, ville e palazzi eclettici: ogni paese ripesca nella propria storia seicentesca per scovare gli elementi del potere e della decorazione.
Su questa scia si inserisce l'esperienza del pittore austriaco Hans Markart (1840-1884), tra gli artisti favoriti dall'imperatore Francesco Giuseppe, che pesca a
piene mani nei colori di Van Dyck e Rubens e che crea nel suo studio una wunderkammer per l'incontro della nobiltà asburgica.
Maestro di Klimt, fu in vita un vero personaggio culto della società austriaca, e come un vero maestro barocco progettò arredi interni e scenografi
e per feste (come le nozze d'argento dell'Imperatore), nell'ottica di creare l "opera d'arte totale" (Gesamtkunstwerk)
che influenzerà Wagner.
Immagini:
- i cinque sensi, 1884
- carro per la parata in occasione delle nozze d'argento di Francesco Giuseppe, 1875

martedì 27 aprile 2010

Attivisti ante litteram - partecipazione popolare e segni di azione diretta nell'anticlericalismo italiano


Mi soffermo sul monumento di Piazza Savaoia a Torino. Riporto qui sotto la storia:

Il 18 agosto del 1850 Bottero si fa promotore con Felice Govean, con i deputati Bunico, Bottone, Borella e Josti, di una sottoscrizione per erigere un monumento alle leggi Siccardi, che aboliva il Foro ecclesiastico e il diritto d'asilo. . L'iniziativa intendeva contrastare la reazione clericale sviluppatesi in Piemonte. L'arcivescovo di Torino, monsignor Franzoni, si oppose alla legge tanto da ordinare ai suoi sottoposti di non tenerne conto, e il suo rifiuto a comparire davanti al tribunale ordinario fu la causa che lo portò in galera. Alla sottoscrizione della «Gazzetta del Popolo» aderirono decine di migliaia di elettori e 3 anni dopo, il 4 marzo 1853, il monumento veniva inaugurato in piazza Savoia a Torino. Questa inaugurazione avvenne in un momento molto delicato della vita civile e difendendo le leggi dello Stato, si contribuì a consolidare nei cittadini il rispetto delle leggi.

Tale segno mi porta ad alcune riflessioni:
- l'adesione della cittadinanza ad istanze anticlericali ed un'inasprimento del contrasto con il Papato, dopo gli anni della Repubblica Romana (1849)
- la nascita di movimenti di "attivismo" per sollecitare l'opinione pubblica
- la ricollocazione dei santi sociali torinesi in un contesto di forte contestazoine verso l'istituzione ecclesiastica
- la disposizione di segni e simboli per forgiare politicamente un territorio
- il monumento come momento di educazione della popolazione alla politica

Purtroppo non ho trovato immagini dell'inaugurazione del monumento: l'apparato simbolico della cerimonia, più che il monumento in sé, deve aver svolto il ruolo di importante funzione pedagogica, veicolata attraverso valori estetici che non si possono che chiamare arte.

giovedì 18 marzo 2010

Scuola di Rivara: soggiorno nel Canavese realista


Nella foto: Avondo, Pastoris, D'Andrade, Teia

Questa foto conservata al Castello di Rivara racconta molto della Scuola che a partire dal 1860 rese il piccolo borgo canavesano uno dei più vivaci centri di dibattito artistico della Penisola. La foto ci parla della poetica e dell'immaginario cresciuto attorno a questo cenacolo: non solo escursioni tra le valli del Canavese, del Biellese e della Valle d'Aosta , ma anche ammirazione ed emulazione del grande maestro Courbet.
I soggiorni estivi nel verde canavesano oltre ad offrire ghiotte occasioni di pittura en plein air erano anche momenti per rinsaldare i rapporti tra discipline artistiche (teatro, poesia, arti visive...) e tra dell'intellighenzia piemontese che aveva posto la sede della sua villeggiatura estiva nelle valli alle porte di Torino.
Sul valore di questi soggiorni estivi da un chiaro spunto proprio il maestro Courbet che nel suo "Buongiorno signor Courber" del 1854, conservato al Museo di Montpellier, si rappresenta nell'atto di chiedere il sostegno del collezionista Bruyas per realizzare una sua mostra personale alla prossima Esposizione Universale.

Courbet, "Buongiorno signor Courbet!" , 1854, Museo di Montpellier

sabato 6 febbraio 2010

Un attimo prima del Piacere


La Galleria Sciarra a Roma è considerata il simbolo della Roma "bizantina", quel periodo che verso il finire degli anni 80 dell'Ottocento vede concludersi il disconoscimento degli ideali risorgimentali verso un accentuarsi di una cultura estetizzante fin de siècle. Teminata nel 1888, nello stesso anno in cui esce il "Piacere", rappresenta bene com'era l'Italia negli anni che vedono il passaggio dagli ideali postunitari al decadentismo.

Giuseppe Cellini mescola elementi della pittura pompeiana, etrusca e rinascimentale e quello che ne emerge è un ritratto che mescola tranquillità borghese e mondanità; sulla strada per trasformarsi in Femme Fatale la donna è rappresentata in un misto tra Venere in pelliccia e nobile padrona di casa: la sposa posa in una boutique del centro e passa al ricevimento con ospiti illustri.

Lo spazio della galleria si fa intimo in opposizione alla speculazione urbana della città postunitaria e va riscoprendosi insieme alla moralità cattolica, il fascino del religioso e il gusto per il barbarico ed il naturale, elementi che a partire dal libro di D'Annunzio segneranno una definitiva cesura con la "Terza Roma" e con i monumenti dedicati ai protagonisti del pensiero liberale in spregio del Papa Re.

mercoledì 27 gennaio 2010

Anna o Vittoria?

Un pezzo d'America. Romantica e selvaggia. Questa è la storia dello Stile Queen Anne (lo stile Regina Anna) che spopola in tutti i paesi di lingua anglosassone sul finire del Regno di Vittoria. Improvvisamente territori sconosciuti ed incolti divengono delle piccole Inghilterre quasi fiabesche. L'industria con i suoi legni curvati al vapore permette di costruire in stili flomboyant, decorazioni fantastiche e segrete come pizzi.
La scoperta di questa moda architettonica mi apre un percorso attraverso l'America ottocentesca in cui i suoi molti revival segnano l'inizio di un diverso modo di vivere, ma anche attraverso le fotografie di Frances Benjamin Jhonston detta "Fannie" (foto in alto).
Lo stile Regina Anna si diffonde in Inghilterra in seguito alla pubblicazione di un libro di Norman Shaw con schizzi sull'architettura del 700 inglese (il regno di Anna d'Inghilterra appunto). Tuttavia lo stile ottocentesco in questo caso non può essere per nulla considerato un revival. Il nome serve solo ad evocare un mondo immaginario, aristocratico e romantico. In cui si poteva fare indifferente la regina, la fotografa o la moglie di un petroliere.
Il fascino delle archietetture americane non sta tanto però nelle storie sociali che raccontano, quanto nell'interpretazione completamente nuova di materiali e stili che sradicati dal contesto storico e culturale d'origine, in cui gli elementi architettonici perdono ogni riferimento per lasciare spazio a nuove forme e sensi proprio come il Gotico Carpenter (a cui spero di dedicare presto un post).

venerdì 25 dicembre 2009

Fairy tale all'italiana: Il re sole di Previati

Una delle opere che mi incuriosice maggiormente del Museo dell'Ottocento di Milano è il Re Sole di Gaetano Previati, 1893-1896. Niente a che vedere però con le rappresentazioni storiche tipiche ottocentesche e dopo Le Fumatirici di Hashish del 1887 e Maternità del 1890, non poteva che essere così. Qui il grande ferrarese riprende due temi della cultura galleristica ottocentesca: la rivisitazione ancièn régime e il quadro di storia appunto, ma crea qualcosa di assolutamente nuovo, raggiungendo a parer mio una delle vette più originali della cultura italiana di quegli anni. I raggi dorati del sole, gli abiti bianchi delle dame, gli azzurri carichi ed estivi, la sontuosità non affettata, quasi silvestre, creano un raro caso di fairy tale all'italiana, raccontando più che la vita del monarca quella del Re delle Fate, del Re del Sole più che del Re Sole.
Sono gli anni in cui in Inghilterra, ma anche in gran parte dell'Europa i racconti di fiabe ricevono illustrazioni ricchissime e Previati sembra voler portare in Italia un genere: così sul finere dell'800 le fate arrivarono anche in Italia.

lunedì 7 dicembre 2009

La via crepuscolare dell'alpe


Scopro che sul finire dell'Ottocento in Europa ci sono ormai due vie per vivere e parlare di alpinismo, l'estetica dandy ed elitaria dell'Alpine Club di Londra e lo spirito superonistico della Scuola di Monaco in cui la montagna diviene il luogo in cui formare l'eroe ed il guerriero, in lotta con le vette. Visitando però il Museo della Montagna di Torino e soffermandosi nell'attuale Sala Stemmi sembra apparire una terza via, che potremmo definir
e crepuscolare.
Sul pittore Ernesto Smeriglio che nel 1893 affresca l'aula maxima della palestra ginnico-ricreativa sul monte dei Cappuccini, l'attuale sala stemmi del CAI, non sono state trovate molte informazioni se non un suo quadretto dedicato al Colosseo, ma questo sconosciuto pittore ci lascia un segno esemplare di un'epoca. Ci parla di come, sul finire dell'Ottocento, in Italia venissero a scontrarsi due diversi modi di fare alpinismo e di intendere l'alpe
, uno gridato e riconosciuto, l'altro sotterraneo e silenzioso, nascosto rispetto all'estetica domaninante, anche se fortemente compenetrato.
Il primo modo può essere esemplificato dalla figura di Guido Rey, committente della sala, alpinista folgorato dagli ideali della scuola di Monaco di cui si ricordano le fotografie in quota e la frase scritta fino a qualche anno fa sulle tessere CAI: "Io credetti, e credo, la lotta coll'Alpe utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede", simbolo di uno sport che doveva servire alla formazione del superuomo e dell'industriale.
Il secondo modo può essere invece ritrovato nella dichiarazione pittorica di Ernesto Smeriglio in Sala Stemmi, in cui la montagna viene letta come il regno delle stelle alpine, di castelli gotici e di coperte pesanti nei rifugi; è un'estetica decadente e crepuscolare che pesca nella principessa Sissi e nei racconti piemontesi di Costantino Nigra, insomma un modo di f
are alpinismo e di intendere le vette più simile a quello ad un Gozzano che ad un D'Annunzio. In cui l'arco alpino si manifesta come uno sfondo lontano , come rifugio per i vinti in una città troppo veloce, un luogo spirituale che brilla distante nelle luci invernali: "Da Palazzo Madama al Valentino/Ardono le Alpi tra le nubi accese..." (Guido Gozzano, Torino, da i Colloqui)

Immagini:
Ernesto Smeriglio, Sala Stemmi, Museo Montagna Torino, 1893
Grubicy de Dragon, Cimitero di Ganna, 1894